I Terremoti in pillole

Immagine FESN

I terremoti di Gaia sono una delle sue manifestazioni più terribili, ma anche uno dei suoi segnali più evidenti della sua vita intrinseca.


Grafico da: I regni della Vita
La Terra – Mondadori

La paura atavica dell'uomo verso questa terribile manifestazione deriva forse dal fatto che esso ha da sempre considerato la terra come qualcosa di solido, immutabile, sicuro, identificando spesso la propria terra con la propria casa.

 

A riprova di questa teoria basti pensare al lungo viaggio di Colombo, che dopo aver attraversato l'oceano è sceso a baciare la terra dell'isola che ha battezzato come San Salvador.

La terra è frutto di svariati elementi chimico-fisici, in particolare 92, così come dettato dalla Tavola degli Elementi, che si contrappongono ai quattro elementi fondamentali Terra Acqua Vento e Fuoco dell'antica disciplina alchimistica.

Nebulosa Dumb Bell in Vulpecula

Ognuno dei 92 elementi che costituiscono gli ingredienti di base dell'universo si è formato dall'idrogeno primordiale e dall'attività delle "officine stellari" noi stessi, quindi, siamo frutto dell'attività di stelle estinte.

 

Anticamente lo scuotimento della terra era creduto opera dei Titani, che entro enormi officine nascoste nel cuore della terra, costruivano armi per gli déi.


Grafico da: I regni della Vita
La Terra – Mondadori

I Fenici credevano che nel cuore della terra, ci fossero altri cieli, terre e oceani. Perfino altri soli che nascevano e tramontavano in piccoli universi concentrici.


Grafico da: Modello Sismotettonico dell'Italia Nord Orientale – Consiglio Nazionale delle Ricerche

I geologi più recenti invece credevano i terremoti frutto di grandi crolli sotterranei dovuti forse anche a fenomeni meteorologici, come piogge intense o grandi siccità. Un'altra ipotesi, era legata all'attività vulcanica, ma questa contrastava, nel caso del Friuli, con la mancanza evidente di vulcani, anche spenti, in questa regione.

 

 

Grafico da: Il grande libro
della Preistoria - Vallardi

Durante gli anni '60, l'accettazione da parte della comunità scientifica della "Teoria delle zolle" che ipotizzava l'esistenza di due grandi continenti iniziali che unendosi avrebbero costituito la "Pangea" successivamente fratturatasi in altri continenti più piccoli, cambiò l'atteggiamento degli scienziati anche verso i terremoti.


Immagine dell'autore

Gli indizi in superficie avanzati a supporto della teoria erano la similitudine di flora e la fauna in zone posizionate attualmente in continenti lontani.

Grafico da: La tettonica delle
placche - Zanichelli

La fondatezza della "Teoria delle zolle" e della "Deriva dei continenti" si è rivelata anche grazie allo studio dei fondali oceanici a scopo militare durante la seconda guerra mondiale, quando apposite rilevazioni hanno messo in evidenza la giovane età dei fondali rispetto ai continenti.

Grafico da: Quark – Hachette Rusconi

Le mappature sismiche mondiali hanno quindi messo in evidenza l'esistenza di linee di frattura e di generazione di nuovi fondali oceanici e altre zone di inabissamento di crosta terrestre al di sotto di placche continentali.

Grafico da: I regni della Vita – Le montagne – Mondadori

Lungo le linee di produzione di nuova crosta, si producono dei corrugamenti detti "rift" che sono i progenitori di nuovi oceani.

Grafico da: La tettonica delle
placche - Zanichelli

In prossimità dello scontro tra zolle continentali invece, si producono catene montuose la cui altezza varia in funzione dell'età. Gli agenti atmosferici contrastano infatti l'innalzamento degli strati di roccia fino a ridurli completamente. Senza la loro azione le Alpi sarebbero alte più di 25.000 metri.
  Diversamente senza l'azione costante di produzione dovuta alla produzione di nuova crosta terrestre, nel giro di 65 milioni di anni ogni rilievo finirebbe in mare ridotto in sabbia, modificando così definitivamente l'habitat del pianeta.

Grafico da: Quark – Hachette Rusconi
Il calore presente all'interno del pianeta, che raggiunge circa 6000° nel nucleo, evidenziato dall'attività vulcanica e dalle zone termali spiega l'esistenza di materiale roccioso fluido sul quale "navigano" i continenti.


Immagine dell'autore

Il calore interno del pianeta, sembra sia dovuto in parte al residuo raffreddamento del pianeta inizialmente costituito interamente da roccia fusa, in parte dal decadimento della radioattività naturale. Lungo le zone di "subduzione", dove la crosta si immerge al di sotto delle placche continentali, inoltre, avviene un forte riscaldamento causato dai tremendi attriti in gioco tra le rocce.

Grafico da: I regni della Vita – Le montagne – Mondadori
Lo studio delle tracce sismiche ha quindi consentito l'elaborazione di nuove teorie che hanno consentito la realizzazione di una mappatura dell'interno del pianeta e di ipotizzare i meccanismi che producono il magnetismo terrestre.

Immagine FESN
Le tracce sismiche infatti contengono informazioni circa la densità e lo spessore degli strati interni del pianeta, che lo compongono uno sull'altro come in una cipolla. Le informazioni sono desunte da alcune particolarità di percorso delle onde sismiche la cui variabilità dipende proprio dall'attraversamento di confini tra strati di densità diverse o dalla capacità o meno di attraversare strati fluidi.

Grafico da: USGS
Lungo le zone sismicamente attive, si formano delle fratture denominate "faglie" che possono essere normali, inverse o trasformi a seconda del tipo di movimento degli strati di roccia interessati dal fenomeno.
Gli eventi sismici sono caratterizzati da un "epicentro" da cui dipartono le scosse sismiche che si propagano lungo la superficie e da un "ipocentro", sorgente effettiva, in profondità, delle forze che causano i movimenti degli strati rocciosi e delle onde sismiche che ne derivano.

Grafico da: I terremoti - Zanichelli
Le diverse caratteristiche dei tipi di onde che si propagano durante gli eventi sismici, permettono di ricostruire sia l'ipocentro che l'epicentro, confrontando i tempi di arrivo delle diverse onde alle varie stazioni che costituiscono una rete sismica.


Immagine FESN

Le onde sismiche si possono suddividere in due tipi principali: le onde "P", più veloci e le onde "S", leggermente più lente. La differenza di arrivo ad una stazione permette di conoscere la distanza dalla stazione dell'epicentro. Diversamente, i tempi di arrivo delle onde "P" alle varie stazioni, permettono di conoscere il punto ipocentrale.

Grafico da: CRS
Avendo a disposizione un numero minimo di tre stazioni opportunamente situate, è quindi possibile calcolare le principali caratteristiche dell'evento sismico, quali intensità in forma di Magnitudo, epicentro e ipocentro.
Il valore di potenza della scossa sismica, un tempo basata sulla scala Mercalli, a sua volta costruita valutando le manifestazioni in superficie, ora si calcolano grazie agli strumenti detti sensori che in base a precise valutazioni e calibrazioni strumentali, permettono di conoscere l'intensità effettiva delle forze scatenatesi all'ipocentro. La scala di potenza effettiva degli eventi è chiamata, in onore del suo inventore "Scala Richter".

Immagine satellitare
La particolare conformazione dell'Italia è quindi dovuta alla spinta che il continente africano effettua verso l'Europa. La presenza di vulcani in Sicilia indica una zona di subduzione della crosta, gli Apennini indicano una spinta che unirà, in un lontano futuro, l'Italia alla ex Yugoslavia, mentre la catena alpina è il frutto di un ulteriore subduzione. La parte di crosta su cui poggia l'Italia si sposta e si immerge al di sotto dell'Europa in prossimità della line detta "Insubrica" situata lungo le valli austriache a nord delle Alpi.
La situazione del Friuli è piuttosto complessa in quanto proprio in questa zona è situato il fulcro del movimento della penisola italiana. La vicinanza della zona di subduzione e la complessità delle fratture, quindi delle faglie, rende questa zona particolarmente soggetta a fenomeni sismici di difficile previsione.
  La presenza in Friuli di numerose stazioni sismiche, gestite dai principali istituti di ricerca nazionali, ma anche la presenza di strumentazioni in grado di misurare gli spostamenti superficiali della crosta e le altezze effettive dei rilievi permette oggi di valutare quali forze siano effettivamente in gioco mentre interagiscono per provocare i terremoti del domani.
La speranza di tutti è quella, in futuro, di scoprire gli impercettibili segnali che indicano l'imminente arrivo di un sisma distruttivo, per poter intervenire in tempo. La sismicità storica infatti induce a pensare che in Friuli il tempo di ritorno di un evento significativo è di circa 50 anni.

Auguriamo a tutti gli scienziati di arrivare in tempo. Da parte nostra, il nostro intento è quello di far conoscere il più possibile questa interessante materia in quanto siamo sicuri che la diffusione della conoscenza sia uno dei possibili metodi di prevenzione.

 


La Rete Sismica Sperimentale del Friuli (F.E.S.N.) e' una rete privata amatoriale.
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