Le immagini dei terremoti

Friuli 1976

Il terremoto del 6 maggio 1976 in Friuli, ha segnato una ferita difficile da dimenticare per chi l’ha vissuta, ma anche per chi l’ha sfiorata, per chi l’ha vista passare ammiccando con l’occhio, come per dire ricordati di me, forse un giorno…

In questa occasione la vogliamo ricordare cosģ, mediante le immagini di Gianni Cogoi, di Pozzuolo del Friuli, grafico di professione che durante quei giorni ha voluto riprendere con la fotocamera alcuni tratti, alcuni attimi tra quelli infiniti che sono apparsi sui giornali, sulle televisioni di tutto il mondo, e tramite le parole di Riccardo, che molti anni dopo ha cominciato a studiare quel fenomeno che lo ha solo sfiorato diventando un “sismoamatore” del FESN.

Segue la traduzione in lingua friulana con la cortese collaborazione di Barbara Dominici.

VENZONE IN TRE ATTI

di Riccardo Rossi

Atto primo

L’andare antico 

Era un paese semplice, ma carico del peso delle tradizioni, quella del duomo e delle mura, delle mummie, con i loro volti stanchi e appisolati che incutevano un terrore muto, con lo sguardo nascosto, che i bambini cercavano invano di capire per raggiungere la loro storia.
Il tempo era quello dell’attesa, delle cose che non cambiano se non con le regole di un tempo vecchio, che si trascina avvolto dal drappo della stanchezza.
Venzone guardava la montagna che si spogliava dal suo ruolo di madre, poi guardava la pianura, con le fabbriche che nascevano perverse mentre deridevano il suo andare antico.

Prin at

IL LĀ VIERI

Al jere un paīs sclet, ma cjariāt dal pźs des usancis, chźs dal domo e des muris, des mumiis, cu lis lōr musis strachis e indurmididis che a metin une pōre sorde, cuntune cjalade scuindude, che i fruts a cirivin dibant di capī par intindi la lōr storie.
Il timp al jere chel de spiete, des robis che a no cambiin se no cu lis regulis di un timp vieli, che a si strissine tapossāt intun drap di strache.
Venēon al cjalave la mont che si gjave di intor il/disvistģs dal sō rūl di mari, daspņ al cjalave la planure, cu lis fabrichis che inicuis e nassevin sbeleant il so lā vieri.

Venzone Osoppo Venzone  

 

Atto secondo

L’anima piegata 

Venne senza essere stato chiamato, l’Orculat, lo spirito cupo del nulla. Ad ogni suo passo la notte si confondeva al vino, al rumore, al sangue e alle certezze del caos.
Lo spirito del nulla aveva incontrato il tempo antico e lo aveva invitato a nozze, poi lo aveva tradito e infine sconfitto.
Della tremenda rabbia e della forza scatenata, non rimaneva che un’anima piegata.
I volti coperti dal fango delle lacrime, gli abiti di festa dimenticati sotto alle pietre, il fuoco della cucina e il pane ancora caldo, nascosti sotto metri di rabbia e roccia.

Secont at

IL SPIRT PLEĀT

Al vignģ cence jessi stāt clamāt, l'Orcolat, il spirt scūr dal nuie. A ogni so pas la gnot si confondeve al vin, al rumōr, al sanc e a lis sigurecis dal caos.
Il spirt dal nuie si jere cjatāt cul timp vieri e lu veve invidāt a gnocis, daspņ lu veve tradīt e tal ultin vinēūt. De tremende rabie e de fuarce scjadenade, nol restave che un spirt pleāt.
Lis musis cuviertis dal pantan des lagrimis, i vistīs de fieste dismenteāts sot des pieris, il fūc de cusine e il pan ancjemņ cjalt, taponāts sot metris di rabie e piere.

.Venzone.Gemona.San Tomaso.Gemona.Gemona

 

Atto terzo

L’anima si piega, il cuore no. 

Il cuore č lontano dall’anima, il cuore č fermo nella roccia, quella grigia e dura che traspare dallo sguardo dei friulani.
Dalla montagna la certezza, dal fiume il movimento, dal cielo la speranza. E poi le mani, quelle di tutti, a trascinarli fuori, a figliare un nuovo terremoto…
Come faremo la nuova Venzone?
La faremo uguale!

Tierē at

LA ANIME SI PLEE, IL CŪR NO

Il cūr al č lontan de anime, il cūr al č fer inte piere, chź grise e dure che e stralūs de cjalade dai furlans.
De mont la sigurece, dal flum il moviment, dal cīl la sperance. Daspņ lis mans, chźs di ducj, a tirāju fūr, a fiolā un gnūf taramot….
Cemūt fasarģno la gnove Venēon? La fasarģn compagne!

.Gemona..Trasaghis.Venzone

PER NON DIMENTICARE

Stai attento ragazzino, stai attento all' "Orcoląt"
Scende dalle montagne, come un pazzo corre
Durante il pranzo alla tua porta busserą
Ce n'č anche per me? E' pronto il piatto?
Con la sua voce trista e forte ti chiederą.
Afferra il tuo coraggio, avverti mamma e papą
E non aprire mai. Tu lascialo picchiare
Lascia la porta sbattere, la porta tremare
Canta pił forte di lui, cerca un buon riparo, non ti allontanare
E poi ritorna a correre, torna sicuro al tuo giocare.
Ma con il cuore in mano e nella tasca un sasso
Per rifuggire la paura e non dimenticare.

Venzone.. Trasaghis Gemona

PAR NO DISMENTEĀ

Sta atent tu frutin, sta atent dal Orcoląt
Al ven jł dal mont, al tire come un mat
Al tucarą te puarte biel dal to gustā Ind'ise ancje par me? Isal pront il plat ?
Cu la sō vōs ledrōse e fuarte ti domandarą.
Grampe dut il to coragjo, vise la mame e il papą
E no sta vierzi mai. Tu lassilu pocā
Lasse il barcon che al sbati, la puarte a sdrondenā
Cjante plui fuart di lui, cīr un bon puest e sta lā.
Daspņ torne subit a cori, torne sigūr a zuiā
Perņ cul cūr tes mans e te sachete un clap
Par lassā daūr le pore, par no dismenteā.

Osoppo.Colloredo di Monte Albano.Gemona.Coia (Tarcento)


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