L'occasione
è piuttosto rara: è la possibilità di visitare le grotte
di Villanova raggiungendo tratti non aperti al pubblico
abituale. Il ritrovo
avviene presso la località di Villanova delle Grotte, una
piccola frazione di Tarcento.
La
giornata è limpida, e l'aria è molto fredda, la temperatura
è sicuramente sotto zero. Appena parcheggiate le auto la
tappa è quella del bar Panorama. Il nome è azzeccato in
quanto proprio davanti a noi si colloca una serie di monti
generati dalle forze più energiche della zona. Si tratta
della faglia periadratica, in questa zona le pressioni di
spinta generate dal ricongiungimento dell'Africa verso l'Europa
sembra abbiano fatto gli straordinari.
Michela ci spiega il fenomeno facendoci notare quanto siano
vicine, schiacciate le une contro le altre, le varie formazioni
montagnose create dai sovrascorrimenti e dai piegamenti
della faglia. Dopo il caffè gli amici del Circolo Speleologico
Idrologico Friulano (inserire link al sito), che hanno accettato
la nostra richiesta di visitare le grotte, ci mostrano l'attrezzatura
che dovremo adoperare e ci spiegano rapidamente come dovremo
utilizzarla. Si tratta di caschi da speleologo dotati di
lanternino a fiamma di carburo e di una cinta alla quale
va appesa la fiasca contenente l'acqua e il carburo di calcio.
Oltre
alla fiamma a carburo, per ogni evenienza, i caschi sono
provvisti di una torcia elettrica che va attrezzata con
la batteria. Il freddo intenso rende difficoltosi i movimenti,
ma in capo a qualche minuto riusciamo a riempire le fiaschette
con il carburo, i serbatoi con l'acqua, e a collegare il
tubo di gomma ai caschi e alle fiaschette. Infine indossiamo
con movimenti un po' goffi cinta e casco.
La fiamma a carburo funziona mediante discesa, controllata
da un rubinetto, di gocce d'acqua al di sopra del carburo
di calcio, provocando così una reazione che genera l'emissione
di un gas infiammabile e luminoso. L'accensione avviene
grazie ad una scintilla ottenuta da un accendino piezoelettrico
a quarzo.
Grazie all'esperienza dei nostri accompagnatori, dopo poco
siamo tutti pronti alla partenza e con il lumino ben acceso.
L'ingresso è molto vicino al bar Panorama, ben chiuso da
un cancello di metallo, l'interno è molto più caldo dell'esterno:
vi sono circa 10 gradi e l'umidità si aggira intorno al
90%.
Gli scarponi gelati e il fondo bagnato e in discesa rendono
difficoltosa la marcia a chi non è avvezzo a questo tipo
di percorso, ma con calma riusciamo a inoltrarci nelle zone
interessanti. Il casco si rivela subito provvidenziale,
il soffitto è spesso basso e piccoli spuntoni cozzano più
o meno violentemente sui nostri caschi.
Per fortuna ci si abitua quasi subito e l'attenzione si
acuisce oltre ai punti più adatti dove poggiare i piedi,
anche verso l'alto. Le piccole fiammelle di gas si rivelano
subito idonee a illuminare la roccia e il percorso, tanto
che le torce che abbiamo portato con noi per facilitare
le riprese fotografiche e video quasi non le accendiamo
se non per evidenziare zone particolari. La conformazione
della grotta è veramente interessante.
Gli amici speleologi ci fanno notare le varie conformazioni
di faglia che attraversiamo in lunghezza e ci spiegano i
particolari meccanismi di creazione delle grotte. Si tratta
di un fenomeno misto di aggressione chimica e di dilavamento
fisico causato dall'acqua. Mediante il primo, il calcare
viene disciolto nell'acqua grazie alla presenza di acido
carbonico, formatosi per combinazione di acqua e anidride
carbonica.
E' un acido molo instabile, ma che riesce nel tempo a generare
fenomeni erosivi consistenti. Il secondo è un fenomeno più
conosciuto, ma che nel caso delle grotte di Villanova ha
creato una condizione piuttosto insolita caratterizzando
in tal modo queste formazioni.
Solitamente infatti, i fenomeni carsici, si limitano alla
dissoluzione del calcare e alla formazione di grotte, nonché
di stalattiti e stalagmiti a seguito della rideposizione
del calcare disciolto. Nelle grotte di Villanova, oltre
al fenomeno carsico, è presente in misura accentuata anche
il fenomeno dell'erosione.
Gli ampi corridoi sui quali è possibile notare le sue tracce
lasciando intuire le forti pressioni e le veloci correnti
d'acqua, che hanno generato questi cubicoli. Una parte delle
rocce detta flysh costituita da sottili strati di calcare
e marna e spesso presente nella zona, nelle grotte si nota
soprattutto in alcune pareti, è presente anche del conglomerato,
formato da cementazione di ciottoli arrotondati, mentre
il soffitto è spesso formato da breccia di frizione, formata
dalla cementazione di frammenti derivati dalla disgregazione
di rocce a seguito dei movimenti di faglia.
I frammenti che formano la breccia a differenza del conglomerato
sono ben più spigolosi e perciò molto più giovani dei ciottoli
che hanno subito invece fasi di rotolamento all'interno
di correnti d'acqua come ruscelli e fiumi.
All'interno della grotta è possibile notare diversi piani
di faglie attive che testimoniano con i loro micromovimenti,
l'esistenza di spinte ancora perfettamente attive generate
da quella che è chiamata neotettonica (inserire link allo
scritto di Michela), fenomeno che ha collaborato alla generazione
delle Alpi e che tutt'ora mostra i suoi effetti mediante
sollevamenti di terreno e di montagne.
Scendendo ancora verso l'interno si incontra un piccolo
lago ben delimitato da pietre e Lucia, la custode ufficiale
delle grotte, ci spiega che in quel tratto l'acqua allagava
integralmente il passaggio, come spesso avviene all'interno
di grotte similari, e che grazie agli interventi che sono
stati realizzati per rendere percorribile al pubblico una
parte del percorso è stato necessario arginare l'acqua generando
un piccolo laghetto.
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Immediatamente
dopo la ricostruzione di un bellissimo orso nero ci lascia
stupiti e divertiti .
L'orso è senz'altro uno dei primissimi abitanti delle grotte
in genere, in altre grotte infatti, è stato possibile rinvenire
anche resti di pasti e antiche ossa.
Proseguendo la visita, la nostra attenzione è attratta dalle
varie fratture di faglia, che ci fanno sentire quasi come
Giona all'interno della Balena. Sempre Lucia ci racconta di
quello che è successo durante la scossa sismica di Caporetto
del Luglio scorso, durante la quale alcuni turisti, presenti
in grotta per una visita, ne hanno vissuto l'intera emozione.
L'interno di una grotta stabile come quella di Villanova è
probabilmente uno dei punti più sicuri durante un movimento
sismico di media intensità.
Qui sotto infatti le onde sismiche di superficie sono attenuate
dalla profondità e la conformazione a volta, nella maggioranza
dei casi, offre una specie di protezione naturale da crolli
o da oggetti in caduta.
Naturalmente
i crolli sono possibili anche in grotta, e i segnali all'interno
sono evidenti, tuttavia questi si sono più probabilmente originati
da instabilità generate a seguito dell'erosione più che da
eventi sismici. Numerosi vetrini e altri indicatori micrometrici
fissati lungo le faglie attive forniscono informazioni utili
ai vari movimenti cui è soggetta da grotta.
E' possibile individuarli facilmente durante il percorso e
l'emozione aumenta. Giunge anche il punto difficile. Per raggiungere
la parte più interessante della visita bisogna attraversare
un piccolo passaggio reso scomodo dalle asperità.
E' necessario strisciare e evitare accuratamente ostacoli
mediante movimenti inusuali e faticosi, ma dopo pochi attimi
di tensione sia fisica che emotiva, raggiungiamo di nuovo
il percorso semplice e in capo a poco raggiungiamo la sala
promessa.
Lo spettacolo è sicuramente unico. Le stalattiti e le stalagmiti
sono più concentrate e la trasparenza è evidenziata dalla
luce delle lampade.
Gli "spaghetti" che scendono dal soffitto e i "piloncini"
perfettamente formati compensano delle fatiche subite per
raggiungere il posto.
La parte più interessante è proprio una stalagmite/stalattite
spezzata dal sisma del 1976. Il fatto che le altre formazioni
non ne abbiano risentito rende la spaccatura di particolare
significato e qui azzardiamo delle ipotesi sulle cause di
questo fenomeno.
Lo scorrimento di faglia generato da un sisma non è un movimento
regolare, si tratta di piccoli movimenti successivi e di piccoli
blocchi dovuti all'attrito.
Ricordo che un evento sismico può essere simulato mediante
un mattone posto sopra un piano di roccia ruvida e un elastico.
L'elastico collegato al mattone inizia a portarsi in tensione,
la tensione sale fino a quando l'attrito che tiene il mattone
legato al piano di roccia si slega e quindi il mattone si
sposta in avanti fino al punto in cui l'attrito lo frena e
lo blocca di nuovo.
L'ampiezza delle faglie e l'elasticità delle rocce fanno in
modo che questo tipo di movimento, si riproduca in modo discontinuo
durante un evento sismico, generando una serie di scatti e
blocchi che possono essere rappresentati nel tempo e nello
spazio mediante una onda quadra con ampiezze variabili.
E' noto che tutte le onde quadre, nella loro propagazione
generano una serie pressoché infinita di armoniche, cioè di
onde di tipo sinusoidale di frequenza multipla della fondamentale,
alla fine generando quello che viene chiamato rumore.
Durante uno dei fenomeni del '76 questo insieme di onde diverse,
deve aver raggiunto la stalagmite/stalattite, e probabilmente
una particolare frequenza è riuscita a mandare in risonanza
la concrezione generando al suo interno delle forze contrastanti
particolarmente intense che l'hanno spezzata.
Diversamente le altre concrezioni presenti nella stessa area,
sottoposte a frequenze diverse dalla risonanza propria, non
hanno subito lo stesso effetto restando perciò intatte. L'effetto
è simile a quello di due diapason uguali e vicini, in cui
quando uno dei due viene percosso ingenera delle vibrazioni
anche nell'altro, mentre se i diapason sono diversi, risuonano
perciò a frequenze diverse, l'effetto di risposta non avviene.
Più correntemente, per meglio spiegare la situazione, si immagini
un pneumatico non perfettamente equilibrato della nostra vettura.
Quando si raggiunge una particolare velocità, l'auto inizia
a vibrare e se la vibrazione coinvolge l'intero veicolo le
forze cui questo è sottoposto sono talmente elevate che potrebbero,
in casi estremi, comportare il cedimento strutturale.
Al ritorno ci fermiamo a riprendere un punto in cui un crollo
parziale è avvenuto dopo la formazione delle stalattiti. Il
posizionamento inclinato divergente di queste testimonia in
pieno la teoria dell'instabilità di questi due strati di roccia.
All'uscita, stanchi e sudati proviamo l'emozione di cambiarci
d'abito al freddo invernale.
Per fortuna è solo un attimo e i più temerari, quasi nudi,
indugiano assaporando la sensazione dell'aria fresca sulla
pelle.
E' stato un viaggio bellissimo verso il cuore della nostra
terra e nell'anima dei terremoti…
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